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MARC
CHAGALL, "LE ANIME MORTE" (1923-1927)
Un'occasione
per concretizzare questa sua passione gli viene fornita dall'illuminato
Ambroise Vollard. Quando ancora era a Berlino, Chagall era stato messo al
corrente dall'amico Blaise Cendrars, che l'editore francese voleva conoscerlo.
A Parigi vi fu l'incontro tra i due, durante il quale Vollard propose al
pittore russo di illustrare "Le Anime Morte" di Gogol. Chagall è
entusiasta e lavora alle lastre di rame dal '23 al '27, anche se le
acqueforti avranno diffusione solo dal '48. Egli è immediatamente fagocitato
da questa idea per più motivi. Il romanzo fornisce innanzitutto uno spaccato
della Russia familiare all'artista. Imperniato sulle desolanti condizioni
di civiltà di metà Ottocento del grande paese, "Le Anime Morte" rileva
la squallida nullità che domina il mondo attraverso la descrizione dei
viaggi di Cicikov, il misero e mediocre protagonista. Papini definì il
romanzo un poema con la torma del viaggio, ma privo di alcuna meta, senza
intenzioni morali, teso a rappresentare nella sua immediatezza lo scorrere
della vita. Tema fondamentale è dunque quella «poslost'», termine russo dalle
implicazioni molto vaste, ma che nella nostra lingua può corrispondere alla
volgarità, segno di vacuità dell'animo, ritenuta da Gogol ancora più
temibile dell'ingiustizia. Con lucidità, ma anche con rassegnazione, lo
scrittore analizza le tortuosità vergognose e sordide della vita, dalle
quali è impossibile uscire. Ne "I giocatori" Ikharev esclama:
"Sto perdendo la testa... Com'è falso il mondo, solamente gli imbecilli
sono felici in esso". I
personaggi sono cristallizzati, tutto concorre ad impedire la loro
redenzione, la degenerazione spirituale vince sulla capacità di sviluppo
delle qualità positive dell'uomo.
In
tale occasione il pittore si rivela un illustratore fine ed attento, le sue
immagini non mirano a corrodere il testo, ma a trasporto con esattezza e
puntualità, pur senza ripeterlo pedissequamente. Chagall disegna la voce che
legge. Con libero spirito grottesco, larvatamente viziato da una punta di amarezza,
l'artista commenta le vicende di Cicikov, squallido e losco uomo senza
scrupoli che acquistava a basso prezzo i servi della gleba morti ma non
ancora depennati dai registri, per impiegarli successivamente. In questo
corpus Chagall da sfogo ad un'esuberanza illustrativa di rara ricchezza.
"Per un filosofo delle immagini, ogni pagina del libro di Chagall è un
documento su cui è possibile studiare l'attività dell'immaginazione
creatrice" commenta Gaston Bachelard. Svariate sono anche le
strutturazioni delle immagini: alcune di esse, essenzialmente quelle
iniziali, sono incentrate su descrizioni di eventi o località che implicano
una narrazione più minuziosa ed un'osservazione più particolareggiata. In
esse si avverte la padronanza con la quale Chagall organizza il foglio,
presumibile retaggio di scenografie teatrali, riscontrabili nelle soluzioni
di tipo illusionistico, nella ricerca di profondità che travalica il piano
del supporto cartaceo. Tuttavia ogni illustrazione gode di uno spazio
appropriato, non governa sempre l'infinito come non domina continuamente la
gabbia. Preminenza è comunque data alla figura, sia dispersa sulla pagina,
sia più incombente, essa ha assoluta autorità sul suo negativo, ossia lo
spazio che le fa da supporto. Pare che una simile padronanza dello sfondo
possa essere derivata all'artista dallo studio della scrittura ebraica che
tanto preciso ha il senso della pagina. Sovrana e captante dominatrice è l'estrosità
dell'artefice. Creature vive e vivaci sono desunte da quel mondo favoloso
della sua infanzia a Vitebsk, sorgente feconda, e discoperto nella memoria:
un mondo "semplice ed eterno". Il vincolo del testo non e briglia
sufficiente per bloccare l'intensità del lirismo pittorico chagalliano. Il
ricordo delle icone russe è sicuramente valido quanto ineludibile sostegno
alla creazione di un repertorio di rara ampiezza; le scene di genere, la
scansione delle quinte paesaggistiche, i personaggi delineati come marionette,
spirito grottesco che rimarca gesti e fisionomie. Una pulsante vitalità
anima ogni scena, anche quella più malinconica, più amara, in un'osmosi
continua tra realtà e fantasia. Strutture traballanti e librate, libere forme
erranti, frutto di una florida inventiva da sempre formicolante, sono
definite da un tratto sottile e delicato. Raramente la grafia si accentua od
insiste in neri appesantiti tratteggi; si sofferma semmai in un fine intreccio
di linee e punti. L'arditezza dei voli dell'inquieta pittura di Chagall è
arginata da un tratto comunque mobile e vibrante, nervoso ma flessibile. La
vibratilità del segno non vuole scavare, ne mordere ma, sotto quella patina
di apparente vaghezza, intende tutt'al più analizzare. La
padronanza dell'acquaforte e l'intuizione delle sue possibilità espressive
sono tali da consentirgli continue invenzioni, soluzioni ardite e da
garantirgli l'immediata rappresentazione sul foglio di un'idea. Intuizione
formale ed istantaneità folgorante non si quotano mai nell'adempimento
operativo. Nuove suggestioni subentrano a rafforzare gli impulsi creativi di
quelle figure che suscitano continue emozioni ed inesaustamente le
rinnovano. La linea non contorna ma sforbicia le sagome, quasi abbreviandole
in fulminei segmenti. Tratti semplici, perfino infantili, concorrono a
sottolineare un'opera grandiosa dall'acume guizzante e sapiente, dall'esito
ridente e malinconico. Paola Jori |
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