MARC CHAGALL, "LE ANIME MORTE" (1923-1927)

 

"Fin dalla mia prima giovinezza, quando co­minciai a maneggiare la matita, ho cercato questo speciale qualcosa che potesse diffondersi come un grande fiume, verso rive straniere e seducenti. ....Quando avevo in ma­no una pietra litografica o una lastra di rame, credevo di toccare un talismano. In es­sa mi sembrava di poter riversare tutte le mie tristezze e tutte le mie gioie". Così scrive Marc Chagall nel 1922, allorché si appresta a stendere "La mia vita". Nello stesso an­no l'artista abbandona la Russia ed il suo trasferimento a Parigi viene a coincidere infat­ti con l'avvio di un'intensa attività incisoria, che lo vede dedicarsi dapprima all'ac­quaforte, successivamente alla litografia. Fin dall'inizio egli non considera tale pratica co­me mero riflesso della pittura. Chagall av­verte la specifica sensibilità di questa prassi espressiva assolutamente autonoma, di altis­sima dignità e pregiata raffinatezza. È un mezzo privato, una sorta di particolare inti­mità lega l'opera che va formandosi all'ar­tista che vi si applica. Al tempo stesso lo af­fascina la possibilità di moltiplicazione dell'originale e di diffusione dell'opera. Men­tre dal '48 in avanti subirà il fascino della litografia, risposta più consona all'orientamento della pittura di quegli anni, tra il 1924 ed il 1945 adotta, come mezzo espressivo d'e­lezione, l'acquaforte. Avverte urgente la ne­cessità dell'"ostinatezza" della lastra di ra­me dalla quale originare alacremente una forma, una figura.

Un'occasione per concretizzare questa sua passione gli viene fornita dall'illuminato Ambroise Vollard. Quando ancora era a Berlino, Chagall era stato messo al corrente dall'amico Blaise Cendrars, che l'editore francese voleva conoscerlo. A Parigi vi fu l'incontro tra i due, durante il quale Vollard propose al pittore russo di illustrare "Le Ani­me Morte" di Gogol. Chagall è entusiasta e lavora alle lastre di rame dal '23 al '27, an­che se le acqueforti avranno diffusione solo dal '48. Egli è immediatamente fagocitato da questa idea per più motivi. Il romanzo fornisce innanzitutto uno spaccato della Rus­sia familiare all'artista. Imperniato sulle de­solanti condizioni di civiltà di metà Ottocen­to del grande paese, "Le Anime Morte" ri­leva la squallida nullità che domina il mon­do attraverso la descrizione dei viaggi di Cicikov, il misero e mediocre protagonista. Papini definì il romanzo un poema con la tor­ma del viaggio, ma privo di alcuna meta, senza intenzioni morali, teso a rappresenta­re nella sua immediatezza lo scorrere della vita. Tema fondamentale è dunque quella «poslost'», termine russo dalle implicazio­ni molto vaste, ma che nella nostra lingua può corrispondere alla volgarità, segno di va­cuità dell'animo, ritenuta da Gogol ancora più temibile dell'ingiustizia. Con lucidità, ma anche con rassegnazione, lo scrittore analizza le tortuosità vergognose e sordide della vi­ta, dalle quali è impossibile uscire. Ne "I gio­catori" Ikharev esclama: "Sto perdendo la testa... Com'è falso il mondo, solamente gli imbecilli sono felici in esso".

I personaggi sono cristallizzati, tutto concor­re ad impedire la loro redenzione, la dege­nerazione spirituale vince sulla capacità di sviluppo delle qualità positive dell'uomo.

Il trasporto di Chagall è determinato da una descrizione schietta, lucida e commossa della sua terra "senza folklore e senza sentimen­talismo, ma piena di una sua viva realtà umana, che gli ispirava le immagini per la versione poetica" (Meyer). Ma l'artista av­verte la vicinanza col grande poeta, perché entrambi si servono del paradosso, della me­tafora, del fantastico, nel tentativo di rile­vare l'essenza della vita russa. L'opera di Gogol respinge i limiti della realtà; egli per­cepisce i misteri dell'irrazionale tramite un linguaggio razionale. Ecco il parallelo con l'opera di Chagall, anch'essa mescolanza di sogno e realtà. Non ultima, a tale proposi­to, l'importanza dell'umorismo di tipo ebrai­co che, alla logica razionale preferisce l'istin­tività e l'immediatezza.

In tale occasione il pittore si rivela un illu­stratore fine ed attento, le sue immagini non mirano a corrodere il testo, ma a trasporto con esattezza e puntualità, pur senza ripe­terlo pedissequamente. Chagall disegna la voce che legge. Con libero spirito grottesco, larvatamente viziato da una punta di ama­rezza, l'artista commenta le vicende di Cicikov, squallido e losco uomo senza scrupoli che acquistava a basso prezzo i servi della gleba morti ma non ancora depennati dai re­gistri, per impiegarli successivamente. In questo corpus Chagall da sfogo ad un'esu­beranza illustrativa di rara ricchezza. "Per un filosofo delle immagini, ogni pagina del libro di Chagall è un documento su cui è pos­sibile studiare l'attività dell'immaginazione creatrice" commenta Gaston Bachelard. Svariate sono anche le strutturazioni delle immagini: alcune di esse, essenzialmente quelle iniziali, sono incentrate su descrizio­ni di eventi o località che implicano una nar­razione più minuziosa ed un'osservazione più particolareggiata.

In esse si avverte la padronanza con la qua­le Chagall organizza il foglio, presumibile re­taggio di scenografie teatrali, riscontrabili nelle soluzioni di tipo illusionistico, nella ri­cerca di profondità che travalica il piano del supporto cartaceo. Tuttavia ogni illustrazio­ne gode di uno spazio appropriato, non go­verna sempre l'infinito come non domina continuamente la gabbia. Preminenza è co­munque data alla figura, sia dispersa sulla pagina, sia più incombente, essa ha assolu­ta autorità sul suo negativo, ossia lo spazio che le fa da supporto. Pare che una simile padronanza dello sfondo possa essere deri­vata all'artista dallo studio della scrittura ebraica che tanto preciso ha il senso della pa­gina. Sovrana e captante dominatrice è l'e­strosità dell'artefice. Creature vive e vivaci sono desunte da quel mondo favoloso della sua infanzia a Vitebsk, sorgente feconda, e discoperto nella memoria: un mondo "sem­plice ed eterno". Il vincolo del testo non e briglia sufficiente per bloccare l'intensità del lirismo pittorico chagalliano. Il ricordo delle icone russe è sicuramente valido quanto ine­ludibile sostegno alla creazione di un reper­torio di rara ampiezza; le scene di genere, la scansione delle quinte paesaggistiche, i personaggi delineati come marionette, spi­rito grottesco che rimarca gesti e fisionomie. Una pulsante vitalità anima ogni scena, an­che quella più malinconica, più amara, in un'osmosi continua tra realtà e fantasia. Strutture traballanti e librate, libere forme erranti, frutto di una florida inventiva da sempre formicolante, sono definite da un tratto sottile e delicato. Raramente la gra­fia si accentua od insiste in neri appesantiti tratteggi; si sofferma semmai in un fine in­treccio di linee e punti. L'arditezza dei voli dell'inquieta pittura di Chagall è arginata da un tratto comunque mobile e vibrante, ner­voso ma flessibile.

La vibratilità del segno non vuole scavare, ne mordere ma, sotto quella patina di ap­parente vaghezza, intende tutt'al più analiz­zare.

La padronanza dell'acquaforte e l'intuizio­ne delle sue possibilità espressive sono tali da consentirgli continue invenzioni, soluzioni ardite e da garantirgli l'immediata rappre­sentazione sul foglio di un'idea. Intuizione formale ed istantaneità folgorante non si quotano mai nell'adempimento operativo. Nuove suggestioni subentrano a rafforzare gli impulsi creativi di quelle figure che su­scitano continue emozioni ed inesaustamente le rinnovano. La linea non contorna ma sfor­bicia le sagome, quasi abbreviandole in ful­minei segmenti. Tratti semplici, perfino in­fantili, concorrono a sottolineare un'opera grandiosa dall'acume guizzante e sapiente, dall'esito ridente e malinconico.

Paola Jori

 

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